venerdì 22 maggio 2020

L'OVALE NERO - racconto di fantascienza

di Francesco Manetti


Quando la crosta del Pianeta non si era ancora solidificata e lave color arancione ondeggiavano semifluide schizzando dalla fascia equatoriale colossali gocce in orbita, un oggetto nero, lucido e di forma ovale, grande quanto una piccola luna, veniva attirato dalla scarsa, ma pur sempre apprezzabile gravità del mondo nascente. Non aveva la "cosa" né insegne, né colori che potessero dichiararne la provenienza; niente sulla sua inattaccabile superficie poteva far pensare a quanto fosse antico... La totale assenza di portelli, oblò, scanalature, giunzioni, razzi, ali o antenne faceva sembrare quel bolide un sasso di fiume, tanto perfettamente levigato dalla corrente nel corso dei secoli da far dubitare che la sua forma potesse essere data solo dal caso.
A differenza di un ciottolo trovato nel greto di un torrente, l'oggetto scuro era artificiale, l'espressione di una cultura la cui fine era tanto lontana nel tempo quanto nello spazio. Il viaggiatore era la summa delle conoscenze della civiltà che lo aveva costruito; la sua messa a punto aveva richiesto il lavoro e lo studio di migliaia di esseri, attraverso venti delle loro generazioni. Poi, con uno scopo ben preciso, inciso nelle sue memorie quasi-biologiche, l'oggetto si era staccato dall'immenso cantiere spaziale geostazionario in cui era stato assemblato e la sua ricerca era partita.
Adesso l'ovale d'ardesia aveva finalmente trovato il luogo ideale per cominciare il suo lavoro e aveva iniziato a ronzare. Seguendo un flusso magnetico, un'enorme massa di roccia fusa si staccò dalla superficie ribollente del Pianeta e si incolonnò verso la "nave" in orbita. Questa si tuffò nel magma scomparendovi all'interno per diventare il nucleo attorno al quale quel materiale ad altissima temperatura si sarebbe raffreddato e solidificato.
Il titanico agglomerato di pietra ruotava, diventando sempre meno liquido nel gelo dello spazio e assumendo una forma sempre più vicina a quella della sfera. Ruotava e modificava il moto del giovane globo sottostante.




Con il trascorrere delle ère il Pianeta si era indurito e un satellite naturale, sfigurato dagli innumerevoli impatti meteoritici, vi ruotava intorno. Ampie zone di verde ed enormi distese di acqua ricoprivano quel mondo; in perenne lotta contro la Natura si ergevano immense megalopoli, nelle quali viveva circa la metà di tutti gli individui dell'unica specie animale intelligente, variegata nelle razze e nelle culture. Quelle etnie così diverse fra loro, incompatibili addirittura, avevano vissuto tempi terribili, segnati dall'inquinamento ambientale, dalla sovrapproduzione industriale, dal dominio del danaro e da guerre infinite. Ogni tipo di progresso - scientifico, culturale, spirituale - rimase bloccato per interminabili periodi. Gli scontri, alla fine terminarono, e quella terra viveva da qualche secolo una stupenda Età dell'Oro, dove il benessere e l'istruzione erano doni diffusi a un livello capillare fra gli abitanti. Quella specie si era così potuta dedicare all'esplorazione del cosmo, attraverso raffinati strumenti ottici e radiotelescopi montati sulle cime di altissime montagne.
Il direttore del più grande di questi centri di osservazione celeste, una mattina di buon'ora telefonò al più qualificato dei suoi radioastronomi, svegliandolo:
"...mmmh... Pronto, chi è?... Cosa succede...?"
"Sono il direttore. Vieni qui al più presto, perché sembra che ci sia un problema", e riappende.
"Educato e chiaro come sempre!", mormorò lo scienziato. Poi si alzò per prepararsi un buon caffè, fatto con i fondi di quello del mattino precedente, come aveva visto in un vecchio film sulla vita di uno scalcinato detective e per l'ennesima volta si trovò a chiedersi se questa pratica mattutina di "riciclaggio" l'avesse inventata lui o quella pellicola.
Dopo una decina di minuti lo specialista si ritrovava già in auto, lanciato con calma sulla via dell'osservatorio. Non ci avrebbe messo meno di due ore a salire lassù dalla città dove abitava. La strada di montagna, abbastanza impegnativa, gli avrebbe fatto scordare che quella notte aveva dormito solo quattro ore e la notte prima, pur avendo passato dieci ore a letto, non poteva affermare di aver dormito. Sperava solo che il "problema" si sarebbe sgonfiato in fretta o che addirittura non ci fosse un vero problema, ma solo un nuovo attacco di ipocondria allarmistica del direttore.



Arrivato sull'altopiano dove era installato il centro, lo scienziato si precipitò lentamente verso l'ufficio del Gran Capo, per sentire cosa diavolo l'avesse portato a interrompergli il bellissimo - ed eccitante - sogno che stava vivendo.
"Siediti. I dati arrivati ed elaborati stanotte lo hanno confermato, purtroppo", disse cupo il direttore al giovane studioso, senza alzare gli occhi incorniciati da uno spesso paio di lenti dai fogli che straripavano dalla scrivania.
"Confermato cosa? Caso mai se lo fosse scordato, ero in ferie e..." 
"Si sta dirigendo qua e quel bastardo è grande la metà della nostra luna", lo interruppe bruscamente il direttore.
Per un attimo il giovane rimase incredulo, senza riuscire a pronunciare una sola parola. Poi, cercando di mantenere la calma, afferrò la cravatta verde e gialla del direttore e la tirò a sé finché i volti dei due non si trovarono a pochi centimetri l'uno dall'altro.
"Stai forse cercando di darmi a bere che, come nel più squallido dei film di fantascienza, un grosso e cattivo meteorite sta per distruggere il nostro bel pianeta?". Per la prima volta da quando lavorava al Centro aveva dato del "tu" al suo direttore.
"Calma, ragazzo! Anche se la mia cravatta non è la più elegante che mia moglie poteva regalarmi per il mio compleanno, è scortese farmelo capire così. Comunque, questo non è cinema, è la realtà."
La parola si sollevò nella stanza e ricadde come un macigno addosso ai due. Il direttore si rimise a sedere, mentre l'altro si alzò e cominciò a coprire la stanza in lungo e in largo con ampi passi.
"Ci deve essere una soluzione, una via d'uscita. Non posso crederci: dover morire perché uno stupido planetoide, in tutta la vastità dell'universo, va a sbattere proprio qua. Quando dovrebbe arrivare, l'intruso, secondo i calcoli?"
"Fra 483 anni, 105 giorni, dieci ore, 24 minuti e 38 secondi, circa", snocciolò il Capo, accomodandosi con l'indice la montatura degli occhiali sul naso.
"COSAA?! Osi svegliarmi alle 6 del mattino per dirmi che il mondo finirà fra CINQUECENTO ANNI?! A quell'epoca non saranno più vivi nemmeno i nipoti dei nipoti dei miei nipoti, e tu vieni a buttar giù dal letto ME, OGGI e, per giunta QUASI IN PIENA NOTTE?! E poi, come cavolo sei riuscito a calcolare con sicurezza un così lontano momento d'impatto, fino al secondo? Non so cosa mi trattenga dal mandare te e tutta questa baracca a farvi..."



"Non sono stato io a fare quei calcoli. Sono apparsi stamane sugli schermi dei nostri computer e ho subito contattato gli altri miei colleghi. Ogni osservatorio del mondo è stato interessato dallo stesso fenomeno. Abbiamo cercato di confermare i dati interrogando i calcolatori del Comando Militare, quelli con maggiore potenza di calcolo, e pare che un piccolo pianeta errante per adesso molto distante, potrebbe entrare nel nostro sistema solare in un periodo variabile fra i 300 e i 600 anni. Più tardi sugli schermi degli elaboratori è arrivato un messaggio in una lingua che si avvicina alla nostra, che, coma sai, è parlata dalla maggior parte degli abitanti del globo. Chiunque lo abbia mandato dice di trovarsi CON la luna da ben cinque miliardi di anni. Il messaggio spiega che dobbiamo iniziare immediatamente a operare per rimediare alla catastrofe che ci colpirà fra quasi mezzo millennio e..."
"L'unica cosa che possiamo fare è scrivere bei libri sull'argomento per i posteri, in modo che costruiscano arche o qualcosa del genere per andarsi a trovare un posticino più tranquillo, magari in un'altra galassia", lo interruppe l'altro, con velenoso sarcasmo.
Proprio in quel momento gli venne a mancare la terra sotto ai piedi e si ritrovò sdraiato sul pavimento con la testa ammaccata. Il direttore era invece rimasto a sedere, aggrappandosi alla scrivania.
"Non mi hai fatto finire di dire che l'autore del messaggio parlava anche di una dimostrazione su scala mondiale della sua potenza, in modo da convincerci a darci da fare subito".
Dopo aver detto questo il direttore dell'osservatorio astronomico accese la televisione. Tutti i programmi mostravano giornalisti affannati e sconvolti. La notizia sulla bocca di tutti era una sola, diffusa da tutte le stazioni.
"Incredibile! Un'onda sismica di media intensità ha fatto il giro del globo in pochi secondi! Limitati i danni alle persone e alle cose, ma non si capisce come...". Il giovane spense l'apparecchio, interrompendo il discorso dello speaker. Era come risvegliarsi in un manicomio. Qualcosa di intelligente e di antichissimo lanciava dalla luna esortazioni, minacce e prove di forza.
Un ronzio elettronico attrasse l'attenzione dei due astronomi verso la stampante del computer. Si era azionata da sola e andò avanti per parecchio tempo, riempiendo di grafici, disegni e cifre fogli su fogli. Per finire, un nuovo messaggio. Il direttore prese l'ultimo pezzo di carta uscito dalla macchina e lesse, a voce alta.
"Questa è solo la prima parte delle istruzioni che dovrete eseguire prima dell'arrivo del planetoide. Vi occorreranno circa dieci anni per riuscire ad attuarle, allo stato della vostra tecnologia. Mettete in campo i vostri maggiori esperti e non lesinate le risorse. Quando avrete terminato questo primo passo mi farò sentire di nuovo".
Il giovane scienziato uscì in silenzio dall'ufficio. Sarebbe tornato a casa e si sarebbe di nuovo messo a letto. Almeno per lui quei dieci anni sarebbero iniziati una paio di giorni dopo.



Da quel momento, esattamente ogni decennio arrivarono le istruzioni dall'entità della luna. Schiere di astrocarpentieri le misero in pratica seguendole alla lettera per secoli.
Quando mancavano pochi anni all'arrivo del planetoide, ormai già visibile a occhio nudo, fu completato quello a cui in tanti avevano lavorato usando ogni risorsa economica e ambientale del Pianeta, per numerose generazioni: uno sconfinato oggetto nero, lucido, di forma ovale, perfetto, pieno fino all'inverosimile di macchinari incomprensibili.
Pochi mesi prima della fine l'oggetto nero parlò, con una voce asessuata, attraverso ogni apparecchio che sul Pianeta fosse in grado di riceverlo e di ritrasmetterlo.
Forse la gente, che per quasi cinque secoli aveva speso ogni sua forza per obbedire a quegli ordini così perentori, avrebbe voluto sentire qualcosa di diverso; forse sognavano che l'oggetto lassù si aprisse per accogliergli tutti nel proprio grembo e portarli lontani dall'imminente distruzione totale. Ma il discorso fu un altro, inaspettato.
"Abitanti di questo pianeta! Per circa 500 rivoluzioni solari la vostra specie si è dedicata quasi esclusivamente alla mia costruzione, e moltitudini intere sono morte senza averne mai saputo il perché. Ormai è giunto il momento di svelare il mio scopo.
"Prigioniero nel cuore della vostra luna, fuso irrimediabilmente in essa, ma ancora attivo, esiste un oggetto in tutto e per tutto uguale a me. Fu terminato di costruire 6 miliardi di anni fa, quando l'universo era più giovane di adesso. L'antica specie che lo aveva creato scomparve poco dopo che l'ovale era partito dal loro pianeta, polverizzato con tutti i suoi abitanti dall'esplosione del loro sole.
"Quella gente, proprio come voi, aveva dedicato i suoi ultimi secoli della loro esistenza alla realizzazione di un progetto imposto loro da un ovale identico a me e al mio predecessore, sepolto da miliardi di anni nella loro luna.
"Come era successo miliardi di anni prima a un altro pianeta in un'altra galassia, copie dei DNA di tutte le razze, di tutte le specie animali e di tutte le specie vegetali di quel mondo furono immagazzinate nelle memorie dell'ovale nero. Quello era il loro lascito. Il testamento di un INTERO pianeta. Una promessa di rinascita. Il mio predecessore, come aveva fatto il suo predecessore, viaggiò per eoni fra le galassie, alla ricerca di un pianeta in formazione che potesse ospitare con efficacia quel nobile retaggio genetico. Inseminò di vita quel mondo, altrimenti sterile. VOI eravate gli ultimi discendenti della specie primordiale, e per milioni di anni vi siete evoluti su questo globo, modellato sulla falsariga del pianeta primordiale. Oggi il destino impone un nuovo inizio alla vostra specie. Le mie banche dati stanno già copiando i vostri DNA e quelli di tutte le forme di vita presenti su questo mondo. Presto mi metterò in viaggio."

Quando l'ovale partì, un mese prima dell'arrivo del planetoide assassino, lasciando l'orbita di un mondo morente devastato da tempeste, terremoti, colassi magnetici e gravitazionali, non ci fu nessun festeggiamento. Non ci fu nessuna commemorazione. Niente di niente.

Non c'era più nessuno su TERRA DECIMA.


Francesco Manetti

venerdì 15 maggio 2020

I FUMETTI DELLA FOGNA - 1a PARTE (1974/1975)

di Francesco Manetti

"LA VOCE DELLA FOGNA" E I SUOI FUMETTI - nn. 1/5 - 1974/1975

Fra il dicembre del 1974 e il novembre del 1983 venne pubblicata a Firenze da Marco Tarchi una fanzine politico-goliardica che fu provocatoriamente battezzata “La Voce della Fogna – giornale differente”, con l'ovvio riferimento polemico allo slogan antagonista che andava di moda allora e che recitava, cantilenato nelle piazze e nei cortei o stampato su manifesti, cartelli e tazebao, Fascisti, carogne, tornate nelle fogne. In tutto uscirono 31 numeri in bianco-e-nero, spillati e con foliazione varia, dove gli interventi seri di riflessione ideologica (che facevano riferimento alla corrente europea della Nuova Destra) si alternavano a recensioni librarie, cinematografiche, televisive e musicali, alle rassegne-stampa, a racconti allegorici sulla situazione sociale italiana, a tanta satira di costume e politica.

Copertina del n. 1, dicembre 1974. Disegno di Marchal con il celeberrimo Ratto Nero che esce dalle fogne

Manifesto politico del 1972, con lo slogan antagonista


Sul giornale “La Voce della Fogna” è stato scritto tanto; alcune copie (o la loro riproduzione scenica) appaiono persino in una sequenza del film Sangue sparso (2014) sulla strage di Acca Larentia (gennaio 1978) e lo stesso ideatore è ritornato più volte sull'argomento, in interviste, filmati e soprattutto nelle introduzioni e nelle note alle due ristampe complete della serie – la prima uscita nel 1991 (copertina rossa) e la seconda datata 2019 (copertina nera); l'omnibus del 2019 è quello su cui ci siamo basati per stilare questa "cronologia ragionata" in sei puntate e per trarre le illustrazioni del corredo iconografico (qui usate con l'unico intento di documentare visivamente e far meglio comprendere le nostre parole); una “cronologia ragionata” che si occupa però solo dell'aspetto fumettistico del mensile, quello che a noi compete; sul foglio fiorentino il testo scritto, il “piombo”, lasciava infatti spesso il campo al fumetto e alla vignetta (o alla striscia) umoristica di stampo “classico”.


N. 1 – Dicembre 1974 (“Tempo di golpe”)

In copertina appare per la prima volta il Ratto Nero di Jack Marchal, che diventa fin dall'inizio la mascotte della rivista; esce da una fogna urbana alzando un tombino e dice: 30 anni sotto terra... per ritrovarmeli fra i piedi adesso!!
Il topo viene usato, da questo fascicolo in poi, anche per illustrare la seconda pagina, quella dedicata alle recensioni, che si intitola “Quando sento parlare di kultura” (il riferimento è alla frase Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola, talvolta attribuita a Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda durante il III Reich, talaltra a Baldur Von Schirach, capo della Hitlerjugend): il film Il giustiziere della notte, il disco I can stand a little rain di Joe Cocker, il libro La casa delle streghe di Lovecraft (uno dei miti letterari di sempre della destra antagonista e radicale), la trasmissione Stasera G7, etc.

Anthracite di Macherot

Il Rat Noir di Marchal era ispirato al personaggio di Anthracite, il topaccio nero e cattivo della serie a fumetti “Chlorophylle”, capolavoro della scuola franco-belga realizzato a partire dal 1954 da Raymond Macherot (1924 – 2008); questa versione “fascista” nacque nella striscia “Les Rats Maudits” pubblicata dal 1973 sul magazine giovanile della nuova destra francese “Alternative”, da dove proveniva molto altro materiale per “La Voce della Fogna”. La rivista di Tarchi era infatti filiazione diretta della pubblicazione d'Oltralpe; questo fu spiegato a chiare lettere nel 1975 in un annuncio pubblicitario (Ebbene sì, lo ammettiamo. Inutile che le malelingue si accaniscano. La Voce della Fogna, pur essendo scaturita dalla mente geniale di un cast di topi di fogna made in Florence, è figlia naturale di madre francese). Marchal, classe 1947, giornalista, disegnatore, attivista e politico francese (militante nello studentesco GUD, Groupe Union Défense, di cui fu uno dei fondatori), in campo artistico non si è occupato solo di fumetti, ma anche di musica “di area”, come cantante, compositore, bassista e via dicendo, esibendosi tra l'altro sul palco degli italianissimi “Campi Hobbit” e incidendo dischi nello Stivale, una sorta di sua “seconda patria”, dove spesso partoriva le sue tavole.


Jack Marchal musicista su un manifesto spagnolo del 2016


La “fogna” non fa venire in mente soltanto l'opposizione politica tra “fascisti” e “antifascisti”, ma pure il gusto underground di molti dei fumetti pubblicati da Tarchi sul suo foglio (a partire dal ratto di Marchal), intendendo per underground la corrente di fumetti alternativi e della contestazione che andò per la maggiore negli Stati Uniti fra gli anni Sessanta e gli Ottanta, Robert Crumb in testa, con Fritz the Cat, Mr. Natural e altro ancora. I fumettisti underground americani ricorrevano infatti molto spesso all'animale antropomorfo per raccontare le loro storie “adulte”, in contrapposizione al funny animal “per tutti” di stampo disneyano; l'ultimo grande nome di questa scuola artistica è stato sicuramente Art Spiegelman con il suo Maus, pietra miliare del comic internazionale e parto di un maestro indiscusso nell'uso dei codici del fumetto; come vedremo Marchal anticipa di un decennio abbondante il modo in cui Spiegelman avrebbe sfruttato le potenzialità grafiche del linguaggio-fumetto ai fini narrativi.

Manifestazione di Lotta Continua del 1971 dove viene inalberato un cartello col celebre slogan fognario


Tornando nelle cloache, ecco come veniva spiegato il nome della testata nell'editoriale intitolato Oggi le catacombe si chiamano fogne, non firmato, ma probabilmente dello stesso Tarchi: Non è retorica, dunque. È fiducia nel vero, nel vivo. È speranza che da queste nuove catacombe salga una nuova voce, che parla di verità, che infrange i vecchi dogmi, che dice a chiare lettere che l'egalitarismo, il collettivismo, il materialismo, in natura, non esistono e non potranno mai esistere. Che la viltà, l'intrallazzo, il mercanteggiamento, l'egoismo non sono doti. Che solo il coraggio di essere se stessi, la forza di respingere i falsi miti di quest'epoca, la santa violenza della fede contro il dubbio, sono concetti che vale la pena di vivere, fuori dalle astrazioni di un mondo di carta stampata. La voce, dalle fogne dov'era stata ricacciata, sale. E cresce: e presto sarà tanto forte da spezzarvi le orecchie, servi del regno del denaro o dei formicai rossi. E non vi basteranno le mani per turarvele, e non sentire. La voce della verità farà giustizia di voi, definitivamente.
Nella stessa pagina appare la prima striscia (anzi, la prima colonna, vista l'impaginazione delle vignette, una sull'altra) autoconclusiva della serie “Agenti” di Enrico Tomaselli (quando ancora non era entrato nella fase più attiva del suo impegno politico, con Terza Posizione): le vignette sono tutte vuote e una voce dice: Vi abbiamo illustrato il programma del nuovo governo di centro-sinistra. In realtà la striscia, che nelle prossime puntate rivelerà in parte ispirarsi alla grafica di Alfredo Chiappori (agli antipodi ideologici, matita di punta di “Linus”), non ha titolo e qui viene indicata con la dicitura “Agenti” perché i protagonisti sono spesso infiltrati, celerini, commissari, uomini dei servizi segreti, etc., che agiscono in nome dello Stato per stanare il “pericolo nero”, montando false piste e falsi attentati.

La prima striscia-colonna della serie "Agenti" di Tomaselli. Le tre corone sono la firma di Susanna Tre Re, autrice del lettering.


Qua e là, a indicare la stesura del lettering dei balloon e/o la traduzione dal francese all'italiano, compaiono tre piccole corone disegnate a mano. Si tratta della “firma pittorica” di Susanna Tre Re (che più avanti avrebbe scritto sul foglio che aveva contribuito a fondare vari articoli con lo pseudonimo germanico di Susanne Drei Könige). Susanna era una giovane attivista "di destra" del Liceo Classico Michelangelo di Firenze, la scuola che in città tutti chiamano “il Miche”; nel 2010, diventata da tempo fortunata imprenditrice nel settore delle slot machine, rimase uccisa durante una misteriosissima rapina, a soli 55 anni. Così la descrisse in Rete una sua compagna di classe e avversaria politica: Susanna era una biondissima bella compagna del liceo ma era fascista, tanto fascista, di quelle cattive che picchiavano duro, mi ricordo che a volte portava il pugno di ferro e lo usava. Ogni volta che arrivavo a scuola per fare volantinaggio lei chiamava i suoi e io i compagni di Lotta Continua che avevano la sede proprio li in via Ghibellina. Ci siamo combattute quasi ogni mattina a suon di spinte, grida, offese. Però c’era una sorta di “quasi rispetto” tra noi, in quella scuola in poche facevamo politica, e questo è stato forse l’unico motivo che ci ha impedito di farci veramente male. Quando ho saputo che è stata uccisa così freddamente per dei soldi maledetti sono rimasta sconcertata disorientata e mi è dispiaciuto tanto.
Questo fosco ritratto fu smentito dal nipote della Tre Re, e quella stessa "compagna" in parte ritrattò quanto affermato.

Splash panel di "Le trame nere" di Marchal, con traduzione dal francese all'italiano, e lettering, della Tre Re (vedi le tre corone in basso a destra)


Un altro signore, stavolta della stessa parte politica della Tre Re, ne parlò invece così: Ho conosciuto Susanna, parecchi anni fa, ai tempi del liceo e delle “battaglie” politiche. Io ero “dalla sua parte”, allora, e ho avuto modo di condividere con lei alcuni “scontri con il nemico”, che a dire il vero oggi non amo molto ricordare, perché molte cose sono cambiate profondamente, me compreso. Di lei ho comunque un bel ricordo; non direi che fosse “cattiva”, nemmeno all'epoca, come forse alcuni avversari potevano (e potrebbero, tutt'oggi, pensare); era una “tosta”, quello si; la sua durezza, così insolita, soprattutto in quei tempi, in una donna, era certamente oggetto di ammirazione da parte di molti ragazzi che, come me, schierandosi politicamente cercavano un’identità, e forse anche qualcos'altro. Molti, come è stato detto, non sapevano bene perché erano schierati, alcuni (e io ero tra questi) si preoccupavano invece di capire le ragioni per cui “era giusto contrapporsi al nemico”, e lo facevano con grande fede ed entusiasmo giovanile. Susanna era una specie di “faro”; un punto di riferimento molto motivante per i giovani che condividevano le sue idee. Ripeto, anche ricordandomela ora, con i “filtri” che derivano dall'età, non credo proprio che fosse cattiva. Direi anzi che sotto quella durezza nascondeva una specie di luce.
La Tre Re firma con le sue tre coroncine regali la traduzione dal francese all'italiano e il lettering dei balloon del fumetto Le trame nere…, disegnato da Jack Marchal. Alla sede del S.I.D. cercano nuovi agenti segreti per seguire le piste nere (che devono essere sempre, necessariamente nere); tra le referenze necessarie per essere assunti, particolarmente apprezzate sono quelle che dimostrano una parentela con i capoccioni della D.C.; un altro aspirante spione viene immediatamente accolto nell'organizzazione una volta appurato che ha fatto la resistenza con Don Lucky Luciano.
Nell'ultima pagina una caricatura non firmata (di Saragat?) afferma: E io vi garantisco che con i soldi dei tedeschi, le armi degli americani e la benevolenza dei russi, il nostro paese sarà libero ed indipendente!


Copertina del n. 2, gennaio 1975. Disegno di Marchal



N.2 – Gennaio 1975 (“1975: L'Anno Santo”)

Copertina di Jack Marchal, con le caricature di Gheddafi, dei signori del petrolio e delle banche. Più avanti la prima striscia-colonna autoconclusiva vera e propria della serie “Agenti” di Tomaselli: uno spione, infiltrato dalla Questura fra i “neofascisti” (con l'incarico di tirare anche qualche bomba a mano qua e là), una volta che è diventato un pericolo per i mandanti, perché sa troppe cose, viene ucciso con una pugnalata alla schiena.

La prima, vera colonna della serie "Agenti" di Tomaselli


Da un punto di vista fumettistico il secondo numero della “Voce” è molto importante perché ospita la prima puntata della saga “Le eroiche imprese di Re Pubica, sovrano democratico e molto costituzionale”, in tavola unica. Si tratta di un fumetto inedito e tutto italiano firmato dal Gamotta; dietro questo pseudonimo si celava Gilberto Oneto (1946 – 2015), giornalista, scrittore, disegnatore, architetto, uomo politico; a partire dalla metà degli anni Novanta fu vicino alla Lega, a Gianfranco Miglio e agli ambienti dell'indipendentismo padano; nel 2016 venne fondata, sotto il simbolo del drago rosso, l'Associazione Gilberto Oneto. In calce alla tavola appare la seguente nota: Il Comitato di Redazione della “Voce della Fogna”, visto il carattere reazionario, antidemocratico e chiaramente razzista delle vignette qui pubblicate, ha deciso in segno di protesta di occupare la Redazione (cioè la casa del Direttore, porca!…) e di iniziare uno sciopero della fame quotidiano dalle 8 alle 8:05 del mattino. Siate solidali! Accettiamo vaglia, pacchi-dono e panini. Per i telegrammi rivolgersi a Saragat! Il riferimento è alla "mania" che aveva quel presidente della repubblica per i telegrammi: ne mandava ogni giorno una dozzina a gente dello spettacolo, politici, sportivi, etc., tanto che i napoletani lo soprannominarono “Don Peppino o'telegramma”.

La testata e le prime due strisce della prima puntata di "Re Pubica" del Gamotta

Re Pubica è figlio di Re Sistenza, morto prematuramente dopo che l'Impero (ovvero l'Italia) era stato invaso (1943/1945 e oltre) dalle orde barbariche al comando di Re Dollaro (Roosevelt, per gli USA), Re Loggia (Churchill, per il Regno Unito) e Re Sangue (Stalin, per l'URSS). La capitale del regno di Re Pubica (che ha il naso a forma di fallo e regge un bastone regale con un fondoschiena sulla sommità) è Casinolercio; il suo regno è però insidiato da una piccola comunità di “controrivoluzionari”, guidati dal buon Re Azione, asserragliati nel paese di Borgosano al centro della Foresta Nera. Re Pubica ha come animale da compagnia un corvaccio che ripete continuamente il tormentone Tu l'hai fatta la resistenza?, ed è perennemente afflitto dall'incubo dei Fasci (fasci maledetti… sono dappertutto… con la loro propaganda… dicono che la città sia piena delle loro sordide scritte… turbano la felicità del mio regno democratico…). Una soluzione al problema la offre al sovrano il suo parente Zio Nista (che non a caso è sionista di nome, di fatto e di aspetto!), presentandogli il giudice Tom Burino, di chiara coscienza antifascista. La smaccata allusione è al magistrato Giovanni Tamburino, che nella prima metà degli anni Settanta, giovanissimo, fu chiamato a indagare a Padova sulla cosiddetta Rosa dei Venti, gruppo eversivo nero, e sul SID di Miceli. Fu uno dei fondatori della corrente Movimento per la Giustizia all'interno dell'ANM. Intervistato in Rete nel 2019, alla domanda su quali consigli darebbe ai giovani magistrati, Tamburino così rispose: Essere rigorosi, ma prudenti, seguire la coscienza, applicare le norme senza forzature, andare avanti nella ricerca della verità senza cedere a nessun timore né ad altro, dirsi ogni mattina: posso sbagliare e non devo sbagliare. In una parola: credere alla forza della verità della quale siamo semplice strumento.
In chiusura la fondamentale prima puntata delle avventure del Ratto Nero di Jack Marchal, “Sarà capitato anche a voi!”, che reca la dicitura “Made in Florence”, ovvero “fatta a Firenze”, la città dove veniva confezionata “La Voce della Fogna”. Un giovane diventa “fascista” (o quantomeno “di destra”) e suscita panico, sgomento e rammarico a casa e a scuola. I genitori, di fede democristiana fin dal '48, vorrebbero mandarlo in un collegio gesuita per rieducarlo; il preside lo caccia via perché sta provocando “la coscienza democratica e antifascista dell'istituto”.

Le prime due strisce della prima tavola della serie "Sarà capitato anche a voi!.." di Marchal: il ragazzo diventa "fascista" e dunque "topo nero di fogna".

Interessante vedere come Marchal usasse già nel 1975 tutte le potenzialità del fumetto come avrebbe fatto nel decennio successivo il già citato Art Spiegelman con il suo Maus. In quell'opera, ambientata fra gli anni '30 e '40, gli ebrei polacchi sono rappresentati come topi, i tedeschi come gatti, gli americani come cani, i francesi come rane e i polacchi non ebrei come maiali; in un importante passaggio vediamo che a Varsavia alcuni ebrei polacchi, per sfuggire ai rastrellamenti, fingono di essere polacchi non ebrei indossando maschere da maiali, maschere dotate persino di elastico per essere fissate dietro la testa; in realtà quegli ebrei non indossano niente, ma, fingendo di essere quello che non sono, si calano in un ruolo diverso, si comportano diversamente, facendo finta di essere di un'altra cultura (o etnia), si travestono da qualcun altro come farebbe un attore a teatro; Spiegelman, per farlo capire al lettore, usa il mirabolante artificio grafico-narrativo della maschera, raffigurata come reale, ma in realtà metaforica. Allo stesso modo il ragazzo del fumetto di Marchal non è diventato un ratto nero, è diventato “fascista”, e dunque si è idealmente trasformato in un “topo di fogna”, secondo l'iconografia cara agli esponenti della parte avversa; per comunicare graficamente ed efficacemente questo fatto ai suoi lettori Marchal “traveste” metaforicamente il giovane da ratto nero. Le comunanze fra Spiegelman e Marchal saranno ancora più evidenti nella quarta puntata della serie, di cui parleremo più avanti.


N.3 – Febbraio 1975 (“Obiettività dell'informazione”)

La copertina di Jack Marchal (a fumetti) è dedicata al programma della RAI “Stasera G7”: appare Paolo Frajese (1939 - 2000), volto fisso del settimanale d'informazione, ricattato dalle Brigate Rosse (la trasmissione, alla fine del 1974, si occupò di neofascismo, dipingendo tutto a tinte fosche, ed era già stata negativamente recensita sul n. 1 della rivista).

La copertina del n. 3, febbraio 1975. Disegno di Marchal


All'interno, nella rubrica “Quando sento parlare di kultura”, troviamo un'illustrazione e un trafiletto al vetriolo firmati entrambi da Marchal contro i Peanuts di Schulz, all'epoca ospitati dalla progressista “Linus” e in alcuni celeberrimi “Oscar” della Mondadori: Ne abbiamo le scatole piene di Lucy, di Schröder, di Charlie Brown, di Snoopy Nose! Sbarazzateci di questa sporca banda di stupidi mocciosi! Le strisce di Charles M. Schulz hanno costituito l'oggetto, da un quarto di secolo, di centinaia di tesi universitarie, e non soltanto negli USA. Reputati critici hanno urlato al genio di fronte a una simile mostra di cretinismo contagioso! I babbei! A nostra volta, e una buona volta per tutte, cimentiamoci nella nostra analisi strutturale del contenuto ideologico dei Penauts: apologia dello statu-quo sociale (marmocchi tipici dell'America-media, middle-class, Middle-West), familiare (Lucy il Terrore, incarnazione del matriarcato in una società stravaccata, svirilizzata, simbolizzata da complessato Charlie Brown), morale (Snoopy Nose, questo orrore di bòtolo, l'anti-eroe esemplare – cacasotto, pigro, stupido, mitomane) ed infine statu-quo ideologico (i Peanuts sono il microcosmo democratico al di fuori di ogni tradizione, di ogni ordine superiore, di ogni disciplina. Di genitori non si trova mai traccia!). Chi rifilerà dunque una buone dose di sculaccioni a questi squallidi ragazzini, perché la facciano finita, una buona volta per tutte, colle loro cavolate?

Marchal all'attacco dei Penauts


Una divertente “n.d.r.” posta in calce all'infuocato intervento spiega: La redazione pubblica il nome dell'autore del pezzo per evitare di attirarci l'ira funesta dei “Linus-maniaci”, magari sotto forma di attentati o devastazioni! Rivolgersi a Parigi, prego! Difficile, del resto, scordare la “crocefissione” e la conseguente espulsione di Jacovitti da “Linus”, matita “stonata” del periodico negli anni 1973/74, come abbiamo raccontato nei volumi Maledetti quegli anni (Tarab, 1999) e Fumetto a ferro e fuoco (Amazon Publishing, 2020)
A pag. 3 la consueta colonnina degli “Agenti” di Tomaselli fa riferimento alle cosiddette S.A.M., Squadre d'Azione Mussolini, alle quali furono attribuiti numerosi attentati tra la fine degli anni Sessanta e il 1974. Chi metteva le bombe? Tomaselli non ha dubbi: lo Stato stesso!

Seconda puntata di "Re Pubica", con il giudice Tom Burino che vede solo le trame nere, indossando gli "occhiali Taviani".

Vanno avanti “Le eroiche imprese di Re Pubica” del Gamotta. Con la 2a puntata vediamo il giudice Burino seguire la pista nera – l'unica pista che poteva imboccare, visto che indossa gli “occhiali Taviani”, che ingrandiscono a destra e non fanno vedere a sinistra. Paolo Emilio Taviani (1912 - 2001), esponente della sinistra democristiana, fu Ministro dell'Interno nel 1973/74. Finalmente Re Pubica riesce a catturare un "neonazista" (un ragazzino che aveva scritto su un muro Né Lenin, né Coca Cola), grazie alle forze della M.E.R.D.A. (Milizia Extraparlamentare Repubblicana Difesa Antifascista) e allo Zio Nista; il giovincello sbaraglia tutti con la sua ascia bipenne e Re Pubica, terrorizzato dai “Fasci Hobbit di Lemuria”, si rifugia dietro il trono insieme ai suoi sgherri armati, che gridano: Voglio Don Mazzi! Il ben noto prete, classe 1929, in quel periodo si fece infatti notare per il suo impegno a favore dell'obiezione di coscienza al servizio militare.

Il "compagno" con la Rolls Royce nella serie del Ratto Nero di Marchal


Chiude la dimensione fumettistica del n. 3 la seconda parte della serie “Sarà capitato anche a voi!” di Marchal: l'autore ci avverte che stavolta la “paginata” è stata “fatta in Francia”, sua terra natale. Ancora protagonista il Ratto Nero, ovvero il liceale che è diventato topo, e dunque “fascista” o “di destra”. Con la sua nuova “maschera ideologica” da fuoriuscito dalle fogne viene respinto anche dalla fidanzata; la ragazza gli preferisce il progressista Riki, amante di Brecht e di Pasolini, che veste da hippy ma che gira in Rolls Royce con il “compagno autista”, uno che durante lo sciopero generale, visti arrivare da lontano i fascisti, aveva salvato la vita a molti compagni… scattando ad avvertire l'ospedale!


N.4 – Aprile 1975 (“Quest'anno, niente golpe”)

Consueta copertina di Jack Marchal, con i militari che ridono per il pesce d'aprile golpistico che hanno fatto all'Italia.

Copertina del n. 4, aprile 1975. Disegno di Marchal


A pag. 2, nello spazio delle recensioni, si parla di un fondamentale volume, ancora oggi riferimento letterario e culturale per l'area "di destra": Gratta la grana a papà, rivendi ai robivecchi l'edizione rilegata del “Capitale” del ragazzo di tua sorella, vendi un servizio-bomba sulle trame nere a “Panorama” (senza però incartare i candelotti con “La Voce della Fogna”!), ma trova comunque il modo di procurati il superbo Tolkien. E poi sotto: succhia, divora, buttati. Scoprirai che Gandalf NON ha fatto la resistenza, e chi diavolo sono quegli Hobbit di cui parla il Gamotta. Ma non è tutto qui. Dietro Frodo e Sam, Aragorn e Legolas, ti incontrerai sicuro e silenzioso, sbalordito e vivente in un mondo di sogno, dove la falsità è utopia e il Bene è la lotta, la fedeltà, l'orgoglio di un animo nobile. E se ti perderai nel Bosco Atro, coraggio! Mancini non c'è! (il riferimento è a Giacomo Mancini, socialista).
La striscia di Tomaselli ironizza stavolta sulle Brigate Rosse, quasi fossero un'attrazione turistica milanese: per pochi soldi ci si può fare una foto-ricordo mettendo la testa nel buco di un cartellone che rappresenta il tipico scatto per i giornali del tipico rapito dalle B.R.

Souvenir brigatista da Milano secondo Tomaselli


Le eroiche imprese di Re Pubica” presentano un nuovo personaggio, il SID Campeador, ircocervo orrendo posto a cavallo tra il S.I.D. (il Servizio Informazioni Difesa, nato nel 1966 e sciolto nel 1977) e il Cid Campeador, storico condottiero ed eroe spagnolo, protagonista di poemi, ballate, romanzi e fumetti. Il losco figuro, che indossa un vaso da notte a mo' di elmetto, confeziona atti terroristici truccando carte e testimonianze in modo da far ricadere la colpa sui “fascisti”: Sire… bisogna scatenare una ondata popolare di spontaneo sdegno antifascista… Occorre isolare quei sorci dalle masse popolari… che l'odio di classe li travolga… potremmo organizzare un altro vile attentato fascista ad un treno! L'azione gli si ritorce contro e viene messo alla gogna perché aveva scritto i volantini fascisti su carta intesta della segreteria particolare di Re Pubica! Il sovrano non sa più che pesci prendere… Arriva così la brillante idea dello Zio Nista: Finalmente le sorti della lotta antifascista non sono più affidate ad un nugolo di inetti e di vili… L'assemblea rivoluzionaria permanente ed il partito hanno approntato un nuovo corpo di truppe scelte… il meglio delle energie del popolo lavoratore… Gli Sgherri Socialisti, ovvero: le $$!
Terza puntata del “Sarà capitato anche a voi!” di Marchal, con un vistoso “Made in Italy”. La ragazza del Ratto Nero, stancatasi del falso proletario e falso contestatore Riki, intellettualoide di sinistra che gira in Rolls con tanto di autista, si trasforma in un Ratto Biondo femmina; Riki all'inizio fugge dal pericolo ma poi, con il sogno di diventare “un eroe dell'antifascismo”, cerca di combattere la donna trasformata, ottenendo solo di finire defenestrato; frecciatina finale ai cosiddetti “nazi-maoisti” e a Lotta di Popolo, che si riuniscono nel locale “Da Adolf – specialità cinesi”.

Il Ratto Nero di Marchal incontra i ratti nazi-maoisti

La "lista nera" del Ratto Nero


Divertente la vignetta autoconclusiva sull'ultima pagina del fascicolo: il Ratto Nero di Marchal è davanti a un cartello, una specie di lista di personaggi ai quali lui augura la morte (o così pare); l'unico che viene cassato con la vernice nera è Chang Kai Schek (il capo della Cina nazionalista, filo-occidentale e anticomunista, fondatore di Taiwan, morto appunto nell'aprile 1975, prima dell'uscita del n. 4 del giornale); gli altri, all'epoca ancora viventi, sono Pietro Nenni (leader del PSI, morto nel 1980), Ferruccio Parri (primo presidente del consiglio della repubblica, morto nel 1981), Paolo VI (Papa Montini, morto nel 1978), Josip Broz Tito (il sanguinario maresciallo infoibatore e dittatore iugoslavo, schiattato nel 1980), Leonida Breznev (segretario del PCUS e capo dell'URSS dal 1964 al 1982, anno della sua morte) e Herbert Marcuse (filosofo, il guru ideale del '68, morto nel 1979).


N.5 – Maggio 1975 (“Le squadre speciali non esistono!”)

Per la prima volta una copertina non di Marchal, bensì di Crunch incentrata sugli infiltrati della polizia fra i dimostranti nelle manifestazioni di piazza. Crunch è un ottimo artista che nello stile e nel nome si rifà al mago del fumetto underground americano Robert Crumb: come ci ha rivelato lo stesso Tarchi si tratta di un disegnatore fiammingo che pubblicava i suoi fumetti su "Nouvel Europa Magazine", una rivista mensile che usciva in Belgio regolarmente negli anni '70, sotto la direzione di Emile Lecerf; la rivista di Lecerf che nel sottotitolo si autodefiniva "La voix de la majorité silencieuse", era una pubblicazione dell'estrema destra tradizionalista che si faceva portavoce anche del Front de la Jeunesse belga.

Copertina del n. 5, maggio 1975. Disegno di Crunch

All'interno consueta striscia (in colonna) di Tomaselli: si parla di un fantomatico attentato al giornale del PCI “L'Unità” fallito e in realtà orchestrato dai servizi segreti o comunque dalle forze dell'ordine; per rimediare il commissario chiede all'agente se ha portato la bomba! La battuta finale pronunciata dal contestatore di destra con il casco (“provaci ancora S.A.M.”) fa un chiaro riferimento al celebre film di Woody Allen Play it again, Sam (1972), che a sua volta rende omaggio al capolavoro Casablanca (Curtiz, 1942) nel quale, sul finale, Humphrey Bogart pronuncia la frase play it once, Sam riferendosi alla canzone As time goes by. Ma il Sam di Tomaselli è un acronimo, e rimanda alle già citate Squadre d'Azione Mussolini.

Il gioco di parole fra Sam e S.A.M. nella colonnina di Tomaselli


Nella quarta puntata delle “Eroiche imprese di Re Pubica” del Gamotta sta per scoppiare una guerra fra l'Italia con capitale Casinolercio e la Foresta Nera, dove Re Azione ha il suo trono a Borgosano. Alle armate di Re Pubica si uniscono i “volontari di C.L.”, una sigla che prende in giro Comunione e Liberazione (il movimento fondato da Don Giussani), ma che significa Castrazione e Libagione, il cui capo è una sorta di enorme eunuco ubriaco di vino. Una curiosità: l'armata di Re Pubica presta giuramento davanti al palco delle autorità, identico al Mausoleo di Lenin che sorge a Mosca sulla Piazza Rossa; però sulla versione del Gamotta c'è scritto ΛΕΗͶΗ PͶRΛA (“Lenin pirla”, in cirillico).

Castrazione e Libagione e il "mausoleo" di LENIN PIRLA nella quarta puntata di "Re Pubica"

Scene di caccia è una tavola autoconclusiva firmata Crunch, prima di una serie che tornerà sul n. 8: un terzetto di moderni cannibali subsahariani dà la caccia a scopo alimentare a due bianchi, vecchi e vestiti di stracci; sembrerebbe una sorta di futuro distopico nel quale il Continente Nero ha conquistato l'Europa (uno dei protagonisti dichiara infatti che nel passato il Vecchio Continente aveva avuto verso le pretese dell'Africa un atteggiamento un po' troppo liberale).
Segue un vignettone satirico firmato SBC, dove un'efficace caricatura del presidente USA Gerald Ford (1913 – 2006, il successore di Nixon) dona un'ultima caramella (sulla quale c'è scritto “Sud Vietnam”) a un vietcong. Nella pagina successiva ecco invece un ritratto irriverente del presidente cinese Mao Tse Tung (1893 – 1976) disegnato dal Gamotta con un sedere al posto della faccia e con lo slogan Viva la Grande Rivoluzione Culoturale.

Il distopico Scene di caccia di Crunch

Nella quarta parte della saga “Sarà capitato anche a voi!” di Jack Marchal, indicata come “Made in Italy”, vediamo che il Ratto Nero, nel tentativo di distinguere i veri camerati dal groviglio dei mitomani e dei provocatori, incontra certi finti ratti, scambiandoli per gente “di destra”. Queste persone della destra hanno infatti solo la facciata, indossando una maschera dalle fattezze di ratto (che nel fumetto di Marchal è quello “di destra”, il “fascista”, il "topo di fogna" dell'immaginario sinistrorso), legata dietro la testa; si tratta, come avevamo anticipato, dello stesso, preciso, identico meccanismo narrativo che sarebbe stato usato da Spiegelman in Maus a partire da una decina di anni più tardi, dal 1986 al 1991.


Il Rat Noir nella versione originale francese, mascotte del GUD: l'idea della maschera metaforica indossata dagli infiltrati


La metafora grafico-narrativa della maschera nel Ratto Nero Marchal negli anni '70...

...e la stessa identica metafora nel mirabile Maus di Spiegelman degli anni '80.


Loro si definiscono i veri anticomunisti. Il Ratto Nero chiede loro cosa abbiano fatto sinora contro il comunismo. E il loro capo risponde: Beh, vediamo… Per cominciare, la resistenza... la legge Scelba,… poi il centrosinistra e… le regioni, l'arco costituzionale… Il topo è perplesso: Mah, sarò un po' duro, ma l'efficacia di questi provvedimenti mi sfugge… E il capo dei falsi ratti replica: Vedi… per difenderci dal comunismo non c'è di meglio dell'ordine democratico… e chi sono i nemici della democrazia? Ma i fascisti, no?! ...e dunque, per salvarci dal comunismo, dobbiamo schiacciare il comunismo, capisci? Tale compito è affidato al C.P.D.D.R. (Comitato Permanente per la Difesa del Disordine Repubblicano). Questi loschi e viscidi personaggi sono in realtà emissari dei partiti politici governativi (D.C., P.S.I. e P.R.I.): mettono una bomba alla sede del quotidiano “L'Indietro” (ovvero “L'Avanti”, lo storico organo del Partito Socialista Italiano) facendo in modo che la colpa ricada sull'Ordine Nero. Nel frattempo, al Circolo del Golpe, un generale dell'esercito addestra il nipotino di Amintore Fanfani (ritratto da Marchal come Tintin, il celeberrimo eroe di Hergé, campione dei fumetti della Linea Chiara franco-belga) al colpo di stato facendogli sparare a casaccio con un AKMS, una versione del fucile automatico d'assalto Kalashnikov che aveva al posto del calcio in legno uno ripiegabile in metallo.

Francesco Manetti
(fine 1a parte)